Mah, io dico che è giusto così. Se tutti potessero andare a Montecristo, l'isola sarebbe rovinata. Meglio pochi ma buoni, che se ne fregano dei soldi e vogliono davvero rispettare la natura.
Un modello di conservazione a costo elevato
L’isola di Montecristo, incastonata nell’arcipelago toscano, rappresenta da decenni un paradigma di conservazione ambientale. Tuttavia, il suo modello di turismo, caratterizzato da un accesso estremamente limitato e da costi considerevoli, suscita interrogativi cruciali. Ci si chiede se tale approccio, definibile come “ecoturismo di lusso”, sia realmente efficace nella tutela dell’ecosistema, o se si tratti piuttosto di una strategia di marketing elitaria che beneficia solo una ristretta cerchia di privilegiati.
Visitare Montecristo si configura come un privilegio riservato a un numero esiguo di persone ogni anno, circa 2000, selezionate tra ricercatori, membri di associazioni naturalistiche e, soprattutto, turisti disposti a sostenere spese notevoli. Le escursioni guidate, organizzate meticolosamente dal Parco nazionale arcipelago toscano in collaborazione con i Carabinieri Forestali, implicano un costo che varia tra i 150 e i 180 euro a persona, ridotto a 60 euro per i residenti delle isole dell’arcipelago. Tale cifra include il trasporto marittimo e l’accompagnamento di guide esperte. Per coloro che desiderano accedere all’isola con la propria imbarcazione, il percorso si rivela ancora più complesso e oneroso: sono richiesti 100 euro per natanti inferiori a 10 metri, 500 euro per imbarcazioni fino a 16 metri, oltre a un costo aggiuntivo di 25 euro per ogni passeggero a bordo.
Tale sistema, almeno in apparenza, dovrebbe garantire la sostenibilità ambientale dell’isola, limitando al minimo l’impatto umano su un ecosistema fragile e di inestimabile valore. Tuttavia, sorge spontaneo domandarsi se sia realmente così. A fronte di costi elevati e restrizioni severe – divieto di balneazione, accesso limitato a zone specifiche, obbligo di indossare scarpe da trekking – l’esperienza offerta ai visitatori si riduce, di fatto, a un trekking guidato lungo sentieri prestabiliti. Un’esperienza, certo, suggestiva, ma che lascia poco spazio all’esplorazione individuale e alla scoperta personale, limitando l’interazione autentica con l’ambiente. È proprio qui che si insinua il dubbio che l’isola, sotto questa gestione, perda parte del suo valore intrinseco. Si tratta di una riflessione che va al di là del semplice accesso e che tocca le corde della fruizione e dell’esperienza umana.
Il rischio concreto è che Montecristo si trasformi in una sorta di “parco a tema” per un’élite di fortunati, dove la conservazione dell’ambiente diviene un pretesto per alimentare un turismo elitario, escludendo di fatto la maggior parte delle persone dalla possibilità di conoscere e apprezzare questo patrimonio naturale. Un modello che, inoltre, non sembra generare benefici tangibili per le comunità locali, dato che l’isola è priva di residenti stabili e l’indotto economico derivante dal turismo si limita ai servizi di trasporto e guida, con un impatto limitato sull’economia regionale. Non si tratta solo di turismo, ma di una gestione delle risorse che potrebbe essere ripensata per includere una visione più ampia e partecipativa.
Per valutare l’efficacia del modello di Montecristo, è essenziale confrontarlo con esperienze simili in altre aree protette del mondo. In Italia, diverse località stanno sperimentando forme di turismo a numero chiuso per contrastare il fenomeno dell’overtourism e proteggere l’ambiente. Venezia ha introdotto un ticket d’ingresso per i visitatori giornalieri, la Sardegna limita l’accesso a spiagge rinomate come Cala Coticcio e La Pelosa tramite un sistema di prenotazione via app, Bolzano ha stabilito un limite ai pernottamenti annuali e regolamentato gli affitti brevi, Portofino ha istituito “zone rosse” per limitare l’affollamento, e Procida ha imposto restrizioni alla circolazione dei mezzi privati. Anche queste località, pur con approcci diversi, mirano a preservare le proprie ricchezze naturali e culturali.
Questi esempi dimostrano che esistono strategie alternative al turismo di massa per preservare aree di pregio. Tuttavia, il caso di Montecristo si distingue, in quanto non si tratta di gestire un afflusso eccessivo di visitatori, bensì di limitare l’accesso a un’élite di turisti disposti a sostenere costi elevati. Un modello che, se da un lato assicura la conservazione dell’ambiente grazie alle entrate economiche generate, dall’altro rischia di trasformare l’isola in un’esclusiva “per pochi”, negando a molti la possibilità di scoprire e apprezzare un patrimonio naturale unico al mondo. *Occorre quindi valutare se tale approccio sia eticamente sostenibile e se esistano alternative più inclusive e democratiche.
Quali sono, dunque, le alternative al turismo di lusso per garantire la sostenibilità di aree delicate come Montecristo? Un’opzione potrebbe essere l’adozione di un sistema di permessi a sorteggio, simile a quello in vigore in alcune aree protette degli Stati Uniti, che garantirebbe un accesso più equo e trasparente. Un’ulteriore possibilità potrebbe consistere nello sviluppo di un modello di turismo comunitario, che coinvolga attivamente le comunità locali nella gestione dell’isola e nella distribuzione dei benefici economici, creando un circolo virtuoso tra conservazione ambientale e sviluppo sostenibile. Non si tratterebbe solo di preservare l’ambiente, ma di creare opportunità per le comunità locali, incentivandole a proteggere il proprio patrimonio naturale.
L’isola di Portonovo, nel cuore del Conero, nelle Marche, ha adottato un approccio al turismo con un numero limitato di visitatori, istituendo una “Zona ad accesso controllato” (ZAC). Questa iniziativa è stata concepita per moderare il flusso turistico, salvaguardare l’ecosistema locale e ottimizzare l’esperienza dei fruitori. Questo sistema attua un’attenta supervisione degli ingressi e della sosta dei veicoli, prevenendo così l’eccessivo affollamento e preservando l’integrità paesaggistica della baia. Portonovo, meta ambita sia dai residenti che dai turisti italiani e stranieri, ha visto crescere significativamente le sfide ambientali con l’incremento del turismo. Questo esempio evidenzia come anche in contesti diversi da Montecristo, la gestione del turismo sostenibile sia una priorità.
Altre località che hanno cercato di limitare l’accesso includono Venezia, con l’introduzione di un ticket d’ingresso per i visitatori giornalieri, e diverse zone della Sardegna, come la spiaggia di Cala Coticcio, La Pelosa a Stintino e Cala Brandinchi, che hanno imposto un numero massimo di visitatori giornalieri prenotabili tramite app. Anche il Trentino-Alto Adige sta affrontando problematiche simili, con la provincia autonoma di Bolzano che ha proposto un limite annuo ai pernottamenti e regolamentato l’apertura di nuove strutture ricettive e il mercato degli affitti brevi. In Liguria, Portofino ha demarcato specifiche “aree ad alta densità” per regolare l’afflusso e perfezionare la gestione dei visitatori, mentre le Cinque Terre stanno esplorando soluzioni analoghe. Infine, piccole isole come Procida hanno imposto restrizioni sulla circolazione dei mezzi privati durante i periodi di picco turistico, con l’obiettivo di regolare il traffico e tutelare l’ambiente. Ognuna di queste iniziative rappresenta un tentativo di bilanciare le esigenze del turismo con la necessità di preservare l’ambiente e la qualità di vita delle comunità locali.
Montecristo rimane un tesoro da proteggere, un’isola dal fascino selvaggio e dalla biodiversità straordinaria. Tuttavia, è fondamentale interrogarsi se il modello attuale sia il più giusto ed efficace per garantirne la conservazione a lungo termine. Il dibattito sul futuro del turismo in aree delicate e sul diritto di tutti a godere della bellezza del nostro pianeta è aperto e merita di essere approfondito. La vera sfida è trovare un equilibrio tra la tutela dell’ambiente e la possibilità di vivere esperienze uniche e indimenticabili.
Per i viaggiatori occasionali, il consiglio è di informarsi attentamente sulle modalità di accesso a Montecristo e di prenotare con largo anticipo, tenendo conto dei costi elevati e delle restrizioni imposte. In alternativa, si possono esplorare altre isole dell’arcipelago toscano, altrettanto affascinanti e più accessibili, come l’isola d’Elba o il Giglio. Per i viaggiatori esperti, suggeriamo di approfondire la conoscenza delle problematiche legate al turismo sostenibile e di sostenere iniziative che promuovano un turismo responsabile e rispettoso dell’ambiente. Un’idea potrebbe essere quella di partecipare a progetti di volontariato ambientale o di sostenere economicamente le comunità locali che si impegnano nella conservazione del proprio patrimonio naturale.
In definitiva, il viaggio a Montecristo, o la sua mancata realizzazione, può diventare un’occasione per riflettere sul nostro ruolo di turisti e sulla nostra responsabilità nei confronti del pianeta. Ogni scelta che facciamo, anche la più piccola, può avere un impatto significativo sull’ambiente e sulle comunità che lo abitano. Viaggiare è un’opportunità straordinaria per conoscere il mondo, ma è anche un’occasione per prendersene cura.*
Mah, io dico che è giusto così. Se tutti potessero andare a Montecristo, l'isola sarebbe rovinata. Meglio pochi ma buoni, che se ne fregano dei soldi e vogliono davvero rispettare la natura.
Ma che cavolata! L'ambiente si tutela con politiche serie, non escludendo la gente. Questo è solo un modo per farci sentire poveri e inutili. Montecristo è di tutti, non solo dei ricchi!
Secondo me l'articolo solleva un punto importante. Il turismo di lusso ha senso se i proventi vengono reinvestiti nella conservazione e se le comunità locali ne beneficiano in qualche modo. Altrimenti è solo speculazione sulla bellezza.
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